martedì 21 novembre 2017

My Favourite Books





1-9



- 1984 / George Orwell (1949) -



A




- A volte ritornano (Night Shift) / Stephen King (1978) -



- Abbiamo sempre vissuto nel castello / Shirley Jackson (1962) -



- Alta Fedeltà / Nick Hornby (1995) -



B




- Bartleby lo scrivano / Herman Melville (1853) -



C




- Candido, o L'Ottimismo / Voltaire (1759) -



- Canto di Natale / Charles Dickens (1843) -



- Compagno di sbronze / Charles Bukowski (1972) -



- Cronache Marziane / Ray Bradbury (1950) -



- Cuori in Atlantide / Stephen King (1999) -



D




- David Copperfield / Charles Dickens (1849) -



- Dieci piccoli indiani / Agatha Christie (1939) -



- Dr. Jekyll and Mr. Hyde / R. L. Stevenson (1886) -



E




- Educazione di una canaglia / Edward Bunker (2000) -



F




- Fahrenheit 451 / Ray Bradbury (1953) -



- Febbre a 90° / Nick Hornby (1992) -



- Fight Club / Chuck Palahniuk (1996) -



- Finzioni / Jorge Luis Borges (1944) -



- Fiori per Algernon / Daniel Keyes (1966) -



- Frankenstein / Mary Shelley (1818) -




- Franny e Zooey / J.D. Salinger (1961) -



G



- Ghost World / Daniel Clowes (1997) -



I




- I ragazzi della via Pál / Ferenc Molnár (1906) -



- I viaggi di Gulliver / Jonathan Swift (1726) -



- Il Bar sotto il mare / Stefano Benni (1987) -



- Il fu Mattia Pascal / Luigi Pirandello (1904) -



- Il gabbiano Jonathan Livingston / Richard Bach (1970) -



- Il giovane Holden / J.D. Salinger (1951) -



- Il giro del mondo in 80 giorni / Jules Verne (1873) -



- Il mondo come volontà e rappresentazione / Arthur Schopenhauer (1819) -



- Il Muro / Jean-Paul Sartre (1939) -



- Il richiamo della foresta / Jack London (1903) -



- Il ritratto di Dorian Gray / Oscar Wilde (1890) -



- Il Signore degli Anelli / J.R.R. Tolkien (1954-1955) -



- Il Signore delle mosche / William Golding (1954) -



- Il silenzio degli innocenti / Thomas Harris (1988) -



- Incubi & Deliri / Stephen King (1993) -



- Io, Robot / Isaac Asimov (1950) -



- Io sono Leggenda / Richard Matheson (1954) -



- IT / Stephen King (1986) -



J




- Jack Frusciante è uscito dal gruppo / Enrico Brizzi (1994) -



L




- L'insostenibile leggerezza dell'Essere / Milan Kundera (1984) -



- L'Isola Misteriosa / Jules Verne (1874) -



- La Ballata del Vecchio Marinaio / Samuel Taylor Coleridge (1798) -



- La fattoria degli animali / George Orwell (1945) -



- La scelta di Sophie / William Styron (1976) -



- La svastica sul sole / Philip K. Dick (1962) -



- La terra desolata / T.S. Eliot (1922) -



- Le notti bianche / Fëdor Dostoevskij (1848) -



- Le vergini suicide / Jeffrey Eugenides (1993) -



- Lettere dal mio mulino / Alphonse Daudet (1869) -



- Lo Straniero / Albert Camus (1942) -



- Lolita / Vladimir Nabokov (1955) -



M



- Ma gli androidi sognano pecore elettriche? / Philip K. Dick (1968) -



- Martin Eden / Jack London (1909) -



- Memorie di un cacciatore / Ivan Turgenev (1852) -



N




- Narciso e Boccadoro / Herman Hesse (1930) -



- Nelle terre estreme / Jon Krakauer (1996) -



- Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino / Christiane F. (1978) -



O




- Opinioni di un Clown / Heinrich Böll (1963) -



P




- Paese d'Ottobre / Ray Bradbury (1955) -



- Per chi suona la campana / Ernest Hemingway (1940) -



- Pulp / Charles Bukowski (1994) -



R



- Racconti di Pietroburgo / Nikolaj Gogol’ (1842) -



S




- Sei personaggi in cerca d'autore / Luigi Pirandello (1921) -



- Sogno di una notte di mezz'estate / William Shakespeare (1595-1596) -



- Stagioni diverse / Stephen King (1982) -



- Storie di ordinaria follia / Charles Bukowski (1983) -



T




- Tre uomini in barca (per non parlare del cane) / Jerome K. Jerome (1889) -



- Trilogia della Città di K. / Ágota Kristóf (1986-1991) -



U




- Ubik / Philip K. Dick (1969) -



V



- Ventimila leghe sotto i mari / Jules Verne (1870) -



W



- Watchmen / Alan Moore - Dave Gibbons (1986-87) -



Z



- Zanna Bianca / Jack London (1906) -

domenica 26 febbraio 2017

La La Land

124 - La La Land (febbraio 2017)



Mia è un'aspirante attrice che ha perso la fiducia in se stessa, Sebastian un virtuoso pianista che sogna di aprire un locale jazz ma è invece costretto ad allietare la clientela con dozzinali canzoni natalizie per sbarcare il lunario.

«Dedicato ai folli e ai sognatori» recita una Tagline del film, perché chi è tanto pazzo da inseguire i suoi sogni spesso non sopravvive alla realtà (il testo di "Audition"). E come diceva Nietzsche "l'arte rende insopportabile la vista della vita".
Il film dedica se stesso un po' a questo concetto, indaga i confini labili fra realtà e finzione e lo fa servendosi del genere che più di tutti gli altri ha storicamente evaso la realtà sensibile, esaltandone la dimensione onirica, surreale, magica per riscrivere con l'Arte le regole di quella stessa realtà che l'ha originata e piegata.
Spesso lo ha fatto con vena polemica nei confronti del business e di quella, quasi contraddittoria, tendenza della realtà a ricreare in arte (e quindi anche in musica e nel cinema) quella fantasia che all'interno di sé invece soffoca; Chazelle parla anche di questo.

Un film sulla bellezza imprescindibile dei sogni, ma al contempo sull'importanza di guardare avanti: se in Whiplash l'ideale di perfezione (la mimesi arte-realtà) guidava e trasfigurava la realtà offrendo un mix significativo di sangue e leggenda, di corporeo ed etereo, qui Chazelle, nonostante le colorate pennellate di allegria che inevitabilmente segnano un film diverso, ricorda in sottofondo come la realtà sia dura e inclemente nei confronti delle illusioni dei sognatori, di come spezzi chi tenta di salire la grande scala del successo, ma anche che il segreto di tutto è che in fondo siamo nati per essere quello che siamo e che l'autodeterminazione del sogno non può prescindere dalla conquista di una realizzazione reale, salda a terra (il sacrificio e l'applicazione in Whiplash, la rinuncia ad un pezzo del sogno stesso qui: viene citato Casablanca, in cui per fare la cosa più giusta i due protagonisti si separano).

Chazelle porta il Jazz in un Musical; non per la prima volta - certo - ma in un modo che è tutto suo che conferma lo straordinario legame simbiotico e quasi biologico del regista con le sue profonde radici (è uno stile di vita, un'entità che si intromette nella vita e la rimodella di minuto in minuto, ed è l'immaginario romantico fatto di leggende e concretezza che anche qui vengono alimentate) e serve da metafora per quello che qui realizza: prendere un Genere tradizionale o tradizionalista, composto di una serie di inesorabili convenzioni e ammiccamenti classici e, in qualche modo, sovvertirle una per una per poi reinventarle con occhi nuovi ("give us new colors to see").

Si potrebbe quasi dire che Chazelle ha diretto un Musical come un formidabile solista jazz: la sua passione, l'energia con la macchina da presa (long-take, interi piani-sequenza come quello introduttivo, carrellate e panoramiche adrenaliniche: lo stile è abbastanza libero e individualista perché dia l'impressione che stia facendo proprio quello che fanno i suoi musicisti: rompere gli schemi del film e inventare qualcosa di sorprendente "out of the blue") sottendono a uno spirito rivoluzionario e irrequieto e, tuttavia, già "classico", già un modello cui ispirarsi successivamente per farne qualcosa di diverso.

Se nella prima parte sistema il detonatore in punta di piedi, con classe ma senza esagerare nelle soluzioni coreografiche, nella seconda attinge finalmente al combustibile emotivo della storia per far esplodere letteralmente il film in una vertigine di luci ipnotizzanti, scenografie immaginifiche, numeri musicali usciti letteralmente dal nulla... la stilizzazione visiva è decisiva per Chazelle, senza non sarebbe se stesso, e il racconto che rimane a lungo un po' ripiegato su qualche prevedibile cliché finisce per acquisire una sua dignità nel volto di altri due personaggi (dopo Whiplash) che si specchiano e scontrano l'uno nell'altro, ricavandone speranze e delusioni, e alla fine, il meritato palcoscenico.

In generale il film traspone bene il sentimento dei suoi personaggi in questa confusa linea immaginaria che li separa fra loro e dai loro alter ego, non cade nella tentazione di voler rifare Broadway, ha un suo stile che lo contraddistingue e un lavoro miracoloso sul dettaglio e sull'impressionismo dei colori sfolgoranti che lo rende allegro senza essere vacuo, che ha qualcosa in più da dire anche sulle vicende sentimentali (mai lasciate a bagno nella scena troppo a lungo) rispetto a una morale che è riuscita non perché attesa ma perché velata da un senso di onestà rispetto ai personaggi e alla loro identificazione con le persone che li hanno scritti.

Le musiche sono ora classicheggianti ora completamente insolite (in una parola "versatili"), implementando nel sontuoso lavoro di Hurwitz sia elementi della tradizione teatrale che quelli di più diretta influenza dei circoli esclusivi, i numeri musicali sono copiosi ma mai invasivi, anche se pochi in realtà quelli in grado di lasciare il segno - strategicamente collocati nelle scene chiave.

Il suo valore è comunque già ampiamente dimostrato dalla sfilza di premi ricevuti, e per sapere se otterrà anche quello più ambito della stagione cinematografica è solo questione di tempo.


sabato 25 febbraio 2017

Moonlight

123 - Moonlight (febbraio 2017)



È la storia di formazione di un ragazzo afroamericano, che definisce la sua maturità e il suo "divenire"' come essere umano, attraverso un'infanzia e un'adolescenza travagliate.

Il film analizza il processo attraverso tre momenti fondamentali che restituiscono il senso ben preciso di una storia: l'inizio, la transizione, la fine.
Non c'è molto ottimismo, anzi c'è una connotazione fortemente amara nel film di Barry Jenkins, che prima di approdare agli onori della cronaca per la sua inclusione nei salotti dell'Academy si era fatto una reputazione importante nel circuito indipendente, a cui appartiene per elezione tematica e stilistica. Il senso è quello profondamente intimistico e universale di una storia di emarginazione, di solitudine e di alienazione (come il blu intenso della composizione non fa che ricordarci) nonostante poi le contaminazioni e le diramazioni etiche non possano prescindere da un certo humus culturale: il ghetto, il traffico di droga, l'essere minoranza all'interno di un'altra minoranza, la fortuna o la sfortuna di avere o meno riferimenti che segnano il percorso evolutivo.

Il film dipinge un suo personale, suggestivo, ritratto di come un'anima così vulnerabile e sensibile nei confronti del mondo esterno possa trovare se stessa solo rinunciando a una parte di essa, e in questo è straziante, di un'infelicità sussurrata, distratta. Le immagini che ci mostrano questo stato d'animo provato e mutevole sembrano tele, dipinte e sospese nelle atmosfere crepuscolari che fanno da sfondo e contemporaneamente da guscio protettivo a questa prospettiva particolare, nella sua eterna connessione con il mondo, la sua bellezza, con gli altri, raggiunta o soltanto cercata.

Ed è infine questo il significato ultimo, quello di una ricerca, ascetica tanto è silenziosa e meditativa, tanto fissa lo sguardo sul punto oltre l'orizzonte; come se stesse guardando a un futuro fatale che conosce già.

Tutto questo il meraviglioso film di Jenkins lo scrive a chiare lettere con le immagini, gli sguardi ed i gesti, cucendolo in una regia, una fotografia, un montaggio e una recitazione che contribuiscono in parti uguali ad una storia che non ha quasi niente nel suo contenuto di troppo speciale - o di pretenzioso - ma lo filtra attraverso la nitida, fragile, unica lente di un'esistenza minacciata e disordinata, in qualche modo incompatibile con tutto quello che le ruota attorno, su cui i giudizi si sospendono.

In questo la regia versatile e armoniosa di Jenkins, così efficace sia a catturare la verità più interiore del suo protagonista avendo a che fare con tre diversi attori sia a non negarne le radici culturali (ambiente e libero arbitrio sono tiepidamente indagate), è magistrale nel tenere sotto controllo questo potenziale emotivamente trattenuto, impossibile da sviluppare a pieno, vacuo nella punteggiatura, reticente nei raccordi; c'è una sensazione ben determinata che rimane quando il film si chiude che è incancellabile dalla memoria, ed è che ogni punto di vista è espressione di una corresponsabilità, di un unicum a cui lo costringiamo, tutti insieme, non è possibile pensare di prescindere da questa realtà o dalla sua osservazione.

Un film che in un qualche modo, antidogmatico e tutto suo, si appropria di una dimensione spirituale, di una connessione fondamentale mediata da una regia attenta e scrupolosa; una visione che immortala davanti ai suoi occhi una strana danza di corpi sotto un chiaro di luna, di quelli che colorano la pelle di blu, un blu che ti si attacca addosso e che in qualche modo neanche noi vogliamo più scacciare via completamente.