1-9
12 Monkeys / di T. Gilliam • 1995
("Il futuro può essere tuo, è l’ultima occasione!")
2001: A Space Odyssey / di S. Kubrick • 1968
("Nessun calcolatore della serie 9000 ha mai commesso un errore o alterato un'informazione. Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore e incapaci di sbagliare.")
A
A History of Violence / di D. Cronenberg • 2005
("Ti sforzi tanto di essere un altro uomo che fai pena a guardarti.")
Abre Los Ojos / di A. Amenábar • 1997
("Abre los Ojos.")
Adaptation / di S. Jonze • 2002
("I'd wanna let the movie exist, rather than be artificially plot-driven.")
Alice doesn't live here anymore / di M. Scorsese • 1974
("Come avrò fatto, eh? Dico, sono una persona piuttosto a posto... Come avrò fatto ad avere un figlio così?")
Alien / di R. Scott • 1979
("Rapporto finale del veicolo spaziale Nostromo, da parte del terzo ufficiale. Gli altri componenti dell'equipaggio Kane, Lambert, Parker, Brett, Ash e il comandante Dallas sono morti. Carico e nave sono distrutti. Dovrei giungere alla frontiera tra sei settimane. Se sono fortunata la sorveglianza mi porterà in salvo. Parla Ripley, unica superstite del Nostromo. Passo e chiudo.")
All that Heaven allows / di D. Sirk • 1955
("Cary, let's face it: you were ready for a love affair, but not for love.")
Almost famous / di C. Crowe • 2000
("Ascolta Tommy con una candela accesa e vedrai il tuo futuro.")
Alta fedeltà / di S. Frears • 2000
("Che cosa è nata prima: la musica o la sofferenza? Ai bambini si tolgono le armi giocattolo, non gli si fanno vedere certi film per paura che possano sviluppare la cultura della violenza, però nessuno evita che ascoltino centinaia, anzi, dovrei dire migliaia di canzoni che parlano di abbandoni, di gelosie, di tradimenti, di penose tragedie del cuore. Io ascoltavo la pop music perché ero un infelice. O ero infelice perché ascoltavo la pop music?")
America oggi / di R. Altman • 1993
("Odio Los Angeles. Tutto ciò che fanno è tirare coca e parlare.")
American Beauty / di S. Mendes • 1999
("Oggi è il primo dei giorni che ti resta da vivere.")
Amélie / di J.P. Jeunet • 2001
("In such a dead world, Amelie prefers to dream until she's old enough to leave home.")
American History X / di T. Kaye • 1998
("Beh, la mia conclusione è che l'odio è una palla al piede, la vita è troppo breve per passarla sempre arrabbiati, non ne vale la pena. Derek dice che bisogna sempre terminare una tesina con una citazione, dice che c'è sempre qualcuno che ha detto una cosa nel migliore dei modi, perciò se non riesci a fare di meglio, ruba da lui e farai la tua figura. Ho scelto una citazione che penso le piaccia: "non siamo nemici, ma amici". Non dobbiamo essere nemici. Anche se la passione può averci fatto vacillare non deve rompere i profondi legami del nostro affetto, le corde mistiche della memoria risuoneranno quando verranno toccate, come se a toccarle fossero i migliori angeli della nostra natura.")
Amores perros / di A.G. Iñárritu • 2000
("Dio ride quando ci vede fare progetti.")
Animal House / di J. Landis • 1978
("Io penso che questa situazione richieda che qualcuno faccia un'azione assolutamente futile e stupida... si tratta solo di stabilire quale.")
Anomalisa / di C. Kaufman • 2015
("Look for what is special about each individual, focus on that.")
Apocalypse Now / di F. F. Coppola • 1979
("A condurre la guerra era un gruppo di clown con quattro stelle che avrebbero finito per dar via tutto il circo." [...] "Accusare un uomo di omicidio quaggiù era come fare contravvenzioni per eccesso di velocità a Indianapolis.")
Arancia Meccanica / di S. Kubrick • 1971
("Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pit, Georgie e Dim. Eravamo seduti nel Korova Milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova Milkbar vende 'LATTE+', cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quello che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all'esercizio dell'amata ultraviolenza.")
Aurora / di F.W. Murnau • 1927
("For wherever the sun rises and sets, in the city's turmoil or under the open sky on the farm, life is much the same; sometimes bitter, sometimes sweet.")
B
Badlands / di T. Malick • 1973
("He needed me now more than ever, but something had come between us. I'd stopped even paying attention to him. Instead I sat in the car and read a map and spelled out entire sentences with my tongue on the roof of mouth where nobody could read them.")
Bande à part / di J. Godard • 1964
("Franz pensa a tutto e a niente. Non sa se è il mondo che sta diventando sogno o il sogno a diventare mondo.")
Baraka / di R. Fricke • 1992
Barry Lyndon / di S. Kubrick • 1975
("La disperazione è perfettamente compatibile con una buona cena, vi assicuro.")
Beasts of the Southern Wild / di B. Zeitlin • 2012
("I see that I am a little piece of a big, big universe, and that makes it right.")
Beautiful Girls / di T. Demme • 1996
("I can't play Pooh to your Christopher Robin.")
Beetlejuice / T. Burton • 1988
("La verità è che questo essere morto alla fine ti disgusta.")
Before Sunrise / di R. Linklater • 1995
("Io, ecco, vedo l'amore come una specie di fuga per due persone che non sanno stare da sole, capisci? Oppure... insomma, è buffo, la gente parla sempre di come l'amore sia una cosa del tutto altruista e generosa, ma se ci pensi bene non c'è niente di più egoista.")
Big Fish / di T. Burton • 2003
("Beh è la lezione che ho imparato quel giorno. Il giorno in cui nacque mio figlio. Qualche volta il modo per catturare una donna incatturabile è offrirle una fede nuziale.")
Boys don't cry / di K. Peirce • 1999
("Non voglio quella COSA nella mia casa.")
Broken Flowers / di J. Jarmusch • 2005
("Bene, il passato è passato, questo lo so. E il futuro non è ancora arrivato. Qualunque cosa sia, dunque, l'unica cosa che esiste è questa. Il presente. Così è.")
Buffalo ‘66 / di V. Gallo • 1998
("Don’t touch me!")
Buon compleanno, Mr. Grape / di L. Hallström • 1993
("Vivere a Endora è un po' come ballare senza musica.")
C
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Carnival of Souls / di H. Harvey • 1962
("I don't belong in the world.")
Carrie / di B. De Palma • 1976
("He's going to laugh at you, they're all going to laugh at you!")
Casablanca / di M. Curtiz • 1942
("Louis, credo che questo sia l'inizio di una bella amicizia.")
Cast away / di R. Zemeckis • 2000
("Magari ce la facciamo. Questo ti è mai passato per il cervello? Beh, malgrado tutto, preferisco correre il rischio là fuori sull'oceano, che restare qui a morire su questa merdosa isola passando il resto della mia vita a parlare con un maledetto pallone!")
Cielo d'Ottobre / di J. Johnston • 1999
("«Cosa vuoi sapere dei missili?»
«Ogni cosa.»")
City Lights / di C. Chaplin • 1931
("«Sta’ attento a come guidi!»
«Sto guidando?!»")
Clerks / di K. Smith • 1994
("Avete per caso quello lì con quel tizio che ha fatto quel film che è uscito l'anno scorso?")
Closer / di M. Nichols • 2004
("Cosa c'è di bello nella verità? Prova a mentire, invece. Le bugie sono il pane quotidiano del mondo.")
Coffee and cigarettes / di J. Jarmusch • 2003
("«Beh, Nikola Tesla ha inventato l’illuminazione a fluorescenza. Senza di lui, non avremmo la corrente alternata, la radio, la televisione... la tecnologia a raggi X, i motori ad induzione, i fasci molecolari, i laser. Niente di questo sarebbe nemmeno esistito se non fosse stato per lui.»
«Hmm, o la rock band dei Tesla.»
«Divertente...»")
Creature dal cielo / di P. Jackson • 1994
("È un vero miracolo la sola percezione che le due creature del cielo non sono un'astrazione.")
Creepshow / di G. Romero • 1982
("This is going to be extremely painful, Mr. Verrill!")
Crumb / di T. Zwigoff • 1994
D
Dancer in the Dark / di L. von Trier • 2000
("Ho visto quello che ero e so cosa sarò. Ho visto tutto. Non c'è più niente da vedere.")
Days of Heaven / di T. Malick • 1978
("Sometimes I'd feel very old, like my whole life is over, like I'm not around no more.")
Delicatessen / di J. Jeunet e M. Caro • 1991
("He disappeared one night, after a show. We only found his remains... They ate him! Can you believe that? They ate him!")
Der Blaue Engel (L'Angelo Azzurro) / di J. von Sternberg • 1930
("What choice do I have? That’s the way I’m made. Love is all I know, I can’t help it.”)
Die Nibelungen (I Nibelunghi) / di F. Lang • 1924
Dogma / di K. Smith • 1999
("Dici a una persona che sei il Metatron e ti guardano stralunati. Citi un film di Charlton Heston e all'improvviso sono tutti docenti di teologia!")
Dogville / di L. von Trier • 2003
("C'è parecchio da fare qui a Dogville, considerando che nessuno ha bisogno di niente!")
Don’t Look Back / di D.A. Pennebaker • 1967
("If I want to find out anything, I’m not gonna read TIME magazine, I’m not gonna read Newsweek, I’m not gonna read any of those magazines, I mean, ‘cause they just got too much to lose by printing the truth. You know that.”)
Donnie Darko / di R. Kelly • 2001
("«Donnie Darko, che razza di nome è? È strano, sembra il nome di un supereroe...»
«Chi ti dice che non lo sia?»")
Drive / di N.W. Refn • 2011
("Dammi ora e luogo e ti do cinque minuti: qualunque cosa accada in quei cinque minuti sono con te, ma ti avverto, qualunque cosa accada un minuto prima o un minuto dopo sei da solo. Io guido e basta.")
Duel / di S. Spielberg • 1971
("Come on you miserable fat-head, get that fat-ass truck outta my way!")
E
Ed Wood / di T. Burton • 1994
("«Qual è quella cosa che, se inserita in un film, garantisce il successo?»
«Le tette!»")
Edward Scissorhands / di T. Burton • 1990
("La neve è caduta una sola volta in questa città dopo l'arrivo di Edward. Se adesso lui non fosse lassù, non credo che nevicherebbe così.")
Elephant / di G. Van Sant • 2003
("«Si possono ancora comprare le bandiere naziste?»
«Certo, se sei cretino.»")
En Kärlekshistoria / di R. Andersson • 1970
Eraserhead / di D. Lynch • 1977
("In Heaven, everything is fine. In Heaven, everything is fine. In Heaven, everything is fine. You've got your good things. And I've got mine. In Heaven, everything is fine. In Heaven, everything is fine. In Heaven, everything is fine. You've got your good things. And you've got mine. In Heaven, everything is fine.")
Essere John Malkovich / di S. Jonze • 1999
("Solo una domanda. Chi cazzo è John Malkovich?")
Eternal Sunshine of the Spotless Mind / di M. Gondry • 2004
("Che spreco passare tanto tempo con una persona, solo per scoprire che è un'estranea.")
Evil Dead II / di S. Raimi • 1987
("You're goin' down. Chainsaw.")
Ex Machina / di A. Garland • 2014
("Isn't it strange, to create something that hates you?")
Eyes Wide Shut / di S. Kubrick • 1999
("Nessun sogno è solamente un sogno.")
F
Fa' la cosa giusta / di S. Lee • 1989
("Gente mia, gente mia. Cosa posso dirvi? Cosa posso dirvi? Ho visto, ma non ho creduto. Non ho creduto a quello che ho visto. Riusciremo mai a vivere insieme? Insieme riusciremo mai a vivere?")
Fanny och Alexander [TV Version] / di I. Bergman • 1983
("Una volta sostenevi di cambiare continuamente maschera, al punto che non sapevi più chi fossi. Io ho solamente una maschera, ma impressa a fuoco, nella carne. E se dovessi strapparmela... Ho sempre creduto di piacere alla gente, mi vedevo saggio, aperto di idee, e giusto. Mai avrei pensato che qualcuno avrebbe potuto anche odiarmi.")
Fargo / di J. Coen • 1996
("Cosa pensi che facciano qui? Non bevono frullati, te lo posso assicurare.")
Faust / di F.W. Murnau • 1926
("All things in heaven and on earth are wonderful! But the greatest miracle of all is man's freedom to choose between good and evil.")
Fight Club / di D. Fincher • 1999
("Ogni volta che l'aereo s'inclinava troppo bruscamente al decollo o all'atterraggio speravo in uno schianto, in una collisione a mezz'aria, qualunque cosa. L'assicurazione paga il triplo se muori durante un viaggio di lavoro.")
Forrest Gump / di R. Zemeckis • 1994
("Qualche anno più tardi, quel bel giovanotto che chiamavano il Re, beh doveva aver cantato troppe canzoni, e gli venne un infarto o cose così. Deve essere difficile fare il Re...")
Frankenstein Jr. / di M. Brooks • 1974
("Aspetti padrone, potrebbe essere pericoloso; vada avanti lei.")
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Freaks / di T. Browning • 1932
("Gooble, gobble! Gooble, gobble! L'accettiamo! L'accettiamo! Gooble, gobble! Gooble, gobble! Una di noi! Una di noi!")
Free Solo / di J. Chin & E. Vasarhelyi • 2018
(“Anyone can be happy and cosy. Nothing good happens in the world by being happy and cosy.”)
Full Metal Jacket / di S. Kubrick • 1987
("Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. Il mio fucile è il mio migliore amico, è la mia vita. Io debbo dominarlo come domino la mia vita. Senza di me il mio fucile non è niente; senza il mio fucile io sono niente. Debbo saper colpire il bersaglio, debbo sparare meglio del mio nemico che cerca di ammazzare me, debbo sparare io prima che lui spari a me e lo farò. Al cospetto di Dio giuro su questo credo. Il mio fucile e me stesso siamo i difensori della patria, siamo i dominatori dei nostri nemici, siamo i salvatori della nostra vita e così sia, finché non ci sarà più nemico ma solo pace. Amen.")
Funny Games / di M. Haneke • 1997
("«Perché non ci uccidete subito?»
«Non dimentichi il valore dell'intrattenimento, così nessuno di noi si divertirebbe più.»")
Fuori Orario / di M. Scorsese • 1985
("Avevi detto che saresti tornato e l'hai fatto: è una cosa davvero eccezionale, di questi tempi.")
Fury / di F. Lang • 1936
("I'll give them a chance that they didn't give me. They will get a legal trial in a legal courtroom. They will have a legal judge and a legal defense. They will get a legal sentence and a legal death.")
G
Gattaca / di A. Niccol • 1997
("[...] però dicono che ogni atomo del nostro corpo una volta apparteneva ad una stella... forse non sto partendo, forse sto tornando a casa.")
Ghost World / di T. Zwigoff • 2001
("«Penso che solamente le persone stupide abbiano buone relazioni.»
«Questo è lo spirito.»")
God Bless America / di B. Goldthwait • 2011
("I hate my neighbors. The constant cacophony of stupidity that pours from their apartment is absolutely soul-crushing. It doesn't matter how politely I ask them to practice some common courtesy - they're incapable of comprehending that their actions affect other people. They have a complete lack of consideration for anyone else, and an overly developed sense of entitlement. They have no decency, no concern, no shame. They do not care that I suffer from debilitating migraines and insomnia. They do not care that I have to go to work, or that I want to kill them. I know it's not normal to want to kill, but I also know that I am no longer normal.")
Greed / di E. von Stroheim • 1924
("I never truckled; I never took off the hat to Fashion and held it out for pennies. By God, I told them the truth. They liked it or they didn't like it. What had that to do with me? I told them the truth; I knew it for the truth then, and I know it for the truth now. FRANK NORRIS.")
H
Häxan / di B. Christensen • 1922
("Centuries have passed and the Almighty of medieval times no longer sits in his tenth sphere. We no longer sit in church staring terrified at the frescoes of the devils. The witch no longer flies away on her broom over the rooftops. But isn't superstition still rampant among us? Is there an obvious difference between the sorceress and her customer then and now? We no longer burn our old and poor. But do they not often suffer bitterly? And the little woman, whom we call hysterical, alone and unhappy, isn't she still a riddle for us? Nowadays we detain the unhappy in a mental institution or - if she is wealthy - in a modern clinic.
And then we will console ourselves with the notion that the mildly temperate shower of the clinic has replaced the barbaric methods of medieval times.")
Halloween / di J. Carpenter • 1978
("I met him, 15 years ago; I was told there was nothing left; no reason, no conscience, no understanding in even the most rudimentary sense of life or death, of good or evil, right or wrong. I met this... six-year-old child with this blank, pale, emotionless face, and... the blackest eyes - the Devil's eyes. I spent eight years trying to reach him, and then another seven trying to keep him locked up, because I realized that what was living behind that boy's eyes was purely and simply... evil.")
Happiness / di T. Solondz • 1998
("Vivo in uno stato di costante ironia.")
Harry a pezzi / di W. Allen • 1997
("Le due parole più belle non sono 'ti amo' ma 'è benigno'!")
He Got Game / di S. Lee • 1998
("Il basket è poesia. Hai un difensore davanti e lo aggiri a sinistra, poi te lo porti a destra, un paio di finte, lui fa un passo indietro e tu... dritto sulla faccia... poi lo guardi negli occhi e dici: E ALLORA?")
Her / di S. Jonze • 2013
("Interessante, vero? Il passato è solo una storia che raccontiamo a noi stessi...")
Horror of Dracula / di T. Fisher • 1958
("Sleep well, Mr. Harker.")
Humanity and Paper Balloons / di S. Yamanaka • 1937
I
I Segreti di Brokeback Mountain / di A. Lee • 2005
("Se non hai niente, non ti serve niente.")
I Tenenbaum / di W. Anderson • 2001
("Lo so che tutti mi hanno sempre considerato uno stronzo: è il mio stile.")
Il Cacciatore / di M. Cimino • 1978
("Non posso stare in una stanza dove c'è un bambino che piange.")
Il Dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba / di S. Kubrick • 1964
("Signor Presidente, io non dico che non ci costerà proprio niente. Però io dico non più di 10-20 milioni di morti. Massimo, ah... questione di fortuna.")
Il Gabinetto del Dr. Caligari / di R. Wiene • 1920
("Devo sapere tutto. Devo penetrare nel cuore del suo segreto! Devo diventare Caligari!")
Il Grande Dittatore / di C. Chaplin • 1940
("Mi dispiace ma io non voglio fare l'imperatore. Non è il mio mestiere, non voglio governare né conquistare nessuno, vorrei aiutare tutti se possibile...")
Il Grande Lebowski / di J. Coen • 1998
("Questo non è il Vietnam, è il bowling, ci sono delle regole.")
Il Monello / di C. Chaplin • 1921
(“A picture with a smile... and perhaps, a tear.”)
Il Padrino: Parti I e II / di F. F. Coppola • 1972-1974
("Gli faremo un'offerta che non potrà rifiutare.")
Il Pianeta delle Scimmie / di F. J. Schaffner • 1968
("La zona proibita un tempo era un paradiso e la tua genìa l'ha trasformata in un deserto.")
- Il Re Leone / di R. Allers e R. Minkoff • 1994
("Quando il mondo ti volta le spalle non devi far altro che voltargli le spalle anche tu.")
Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell'Anello / di P. Jackson • 2001
("Un anello per domarli tutti, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nell'oscurità incatenarli.")
Il Silenzio degli Innocenti / di J. Demme • 1991
("Vorrei che potessimo parlare più a lungo, ma sto per avere un vecchio amico per cena stasera. Addio.")
- Il Sospetto / di T. Vinterberg • 2012
("Guardami negli occhi. Guardami negli occhi. Che cosa vedi? Vedi qualcosa? Niente. Non c'è niente. Non c'è niente. Lasciatemi in pace adesso. Lasciatemi in pace adesso, Theo. Poi me ne andrò. Grazie.")
Il Tredicesimo Piano / di J. Rusnak • 1999
("Cogito, ergo sum.")
In the name of the Father / di J. Sheridan • 1993
("I'm a free man, and I'm going out the front door.")
Inside Llewyn Davis / di J. e E. Coen • 2013
("If it was never new, and it never gets old, then it's a folk song.")
Interstate 60: Episodes of the Road / di B. Gale • 2002
("Tutti ci aspettiamo di vedere qualcosa, ma non vediamo quello che c’è veramente.")
Into the Wild / di S. Penn • 2007
("Non dovremmo negare che l'essere nomadi ci ha sempre riempiti di gioia. Nella nostra mente viene associato alla fuga da storia, oppressione, legge e noiose coercizioni, alla libertà assoluta. E la strada porta sempre a Ovest.")
Io e Annie / di W. Allen • 1977
("Chi non sa fare, insegna. Chi non sa insegnare, insegna ginnastica. Quelli che neanche la ginnastica li mandavano alla mia scuola.")
IT [Miniserie TV] / di T. L. Wallace • 1990
("Lo vuoi un palloncino? Galleggiano, lo sai...? Galleggiano, galleggiano tutti e anche tu galleggerai!")
It's a Wonderful Life / di F. Capra • 1946
("Merry Christmas, movie house! Merry Christmas, Emporium! Merry Christmas, you wonderful old Building and Loan!")
64 - Les Misérables (febbraio 2013)

Dal
palcoscenico di un teatro al grande schemo cinematografico. Uno dei più
famosi musical di Broadway e del West End Londinese nelle mani di Tom
Hooper, già regista acclamato per Il discorso del Re.
Un capolavoro del suo genere, in tempi come questi, non esattamente clementi.
I
personaggi del famosissimo romanzo di Victor Hugo prendono vita in
forma nuova, e con rinnovato stupore in un'opera straordinariamente
intensa e struggente.
La formidabile coralità, risorsa primaria di un
testo quantomai ricco e variegato, è esaltata da una regia brillante e
dalle singole interpretazioni.
Perché non si può parlare di questo film senza iniziare dall'evidenziare le singole performances.
A
partire ovviamente da Valjean (Hugh Jackman), la parabola di un
prigioniero redento, cieco d'odio per un mondo che lo ha sempre odiato e
reso libero dall'amore per Cosette, la figlia di Fantine (Anne
Hathaway), una donna portata alla disperazione e alla perdita di ogni
dignità; e che nonostante i suoi tentativi di vivere una vita onesta
sarà sempre insidiato da Javert (Russell Crowe), implacabile guardia
carceraria priva di sfumature per il quale il male non può che
reiterarsi secondo gli stessi schemi, e poco importa se il crimine di Valjean è solo quello "di aver rubato un pezzo di pane" per sfamare la figlia della sorella.
Sono questi, i miserabili.
Fra di essi, le vicissitudini della Rivoluzione Francese, le barricate,
l'orgoglio patrio e il dolce rigoglio della speranza, sia travestita da
fiera resistenza nel soccombere ai colpi di cannone della Monarchia o
sia una multiforme luce interiore ad indicare il cammino.
Hooper
dirige con il piglio del veterano un cast brillante, ridefinisce
dinamiche ed intrecci basati sulla sceneggiatura adattata da William
Nicholson e reinterpreta il melodramma musicale aggiungendo accenti e
tocchi stilistici personali (ad esempio nelle inquadrature e nel
dosaggio dei tempi, non esattamente gli stessi del teatro).
Consapevole
di ciò che ha a disposizione, mantiene mano ferma e concede libertà
d'espressione ai suoi talentuosi attori. Esempio ne sia la decisione di
"catturare" le performances musicali di ogni scena dal vivo (e non
registrando in studio per poi recitare in playback): sinonimo di
rispetto, per la musica e per l'impegno artistico del cast, entrambi le
cosa migliore del film.
Elemento portante è un Hugh Jackman
vergognosamente bravo, per un personaggio straordinariamente complesso e
che è l'unico a conservarsi nell'intero asse temporale dell'opera.
Assieme ad Anne Hathaway (memorabile il "sogno" della sua
Fantine) raggiungono un livello quasi metafisico; ma senza dimenticare
l'ossessiva austerità del Javert di Russell Crowe, la sfrontata malizia
dei coniugi Thénardier di Sacha Baron Cohen ed Helena Bonham Carter, il
trasognamento del Marius di Eddie Redmayne e della Cosette adulta di
Amanda Seyfried; il canto del cigno dell'Éponine di Samantha Barks.
Di
certo sono molto di aiuto le musiche di Claude-Michel Schönberg, con
alcune delle liriche più toccanti si possano ricordare nel genere,
alcune di esse modificate ad hoc per la trasposizione.
Un
film in cui inevitabilmente l'estetica della prova attoriale si fonde
con l'intimità emotiva di ciò che viene cantato/recitato.
In
particolare vale la pena di ricordare il soliloquio di Valjean, la
magnifica "Suddenly", il succitato sogno di Fantine, i canti degli
studenti in rivolta dietro alle barricate, l'epico epilogo.
Una rivoluzione che trasuda da ogni palpito di ogni scena, un'opera drammatica potente e prorompente.
Ma
anche uno spettacolo, sotto agli occhi dello spettatore ma, prima
ancora, ridotto alla soggezione del silenzioso firmamento, composto di
quelle stelle che guardano dall'alto Javert come lui stesso guarda
dall'alto i prigionieri del suo carcere; come i nobili francesi fanno
con il "piccolo popolo" che muore di fame lungo le strade Parigine.
E nell'attesa di un giudizio divino, perché "tutti sono uguali, quando sono morti" (la grande verità del piccolo Gavroche), c'è chi è "schiavo della legge"
e dei giudicamenti ultraterreni che altro non sono che l'insopportabile
compassione di se stessi, e c'è chi cerca in quell'ispirazione la
ragione per diventare una persona migliore.
Il tutto nella
voluttuosa e perpetua fiamma chiamata ad agitare l'animo umano: sarai
abbastanza forte da vedere oltre la barricata il futuro che vuoi, quando
arriverà?
Scena scelta
63 - Zero dark thirty (febbraio 2013)

"Zero dark thirty",
come rivela la regista Kathryn Bigelow, è quel termine appartenente al
gergo militare che vuole intendere i trenta minuti dopo la Mezzanotte,
l'orario dell'inizio dell'operazione dei Navy Seals che procedettero
alla cattura e all'uccisione di Osama bin Laden l'11 maggio 2011 e che
viene rappresentata nell'ultima cruciale scena del film.
Allo stesso tempo, quel "dark", cioè "oscurità" vuole chiaramente riferirsi ai contorni ombrosi della lunga vicenda.
Una
vicenda che ha una durata di 8 anni e che ha origine quando nel 2003,
Maya, un'agente della CIA fresca di ateneo viene spedita all'ambasciata
degli Stati Uniti in Pakistan, dove assisterà alle sue prime torture di
detenuti con sospetti legami con terroristi collegati al gruppo Saudita.
Parte
da questo preciso momento, in una consumante caccia all'uomo, la santa
missione di Maya, una (breve) intera carriera dedicata alla cattura
dell'uomo che ordì il terribile attentato dell'11 settembre con le cui
traumatiche testimonianze sonore la Bigelow apre il suo film.
Un'ossessione
ed un'insistenza che la vedono provata, trasformata, non solo per
l'estenuante ricerca ma anche per le vicissitudini che vedono coinvolta
lei e colleghi in attentati. Nonostante questo non si fermerà mai, fino
all'evidenza della prova finale e risolutiva, fino alla maturata
consapevolezza che in lei non è rimasto altro che il vuoto, nemmeno più
lo spauracchio inoffensivo che agitava i suoi pensieri.
Il tipo
di personaggio protagonista che ha in mente la Bigelow, e che affida non
casualmente ad una donna, Jessica Chastain, come a voler identificare
in essa una proiezione di se stessa all'interno del film (Maya era anche
l'agente CIA con cui Boal, lo sceneggiatore, ebbe contatti) è un
personaggio che a partire dalle timide battute iniziali e attraverso il
logorio causato dalla snervante operazione trovi un'evoluzione
definitiva e significativa di una battaglia che Maya conduce in prima
persona ma in fedele rappresentanza dell'idea di un popolo riunito che
ancora aspetta(va) giustizia.
Il volto di Jessica Chastain non appare
però adempiere totalmente a questa missione, forse evidenziando anche
una non perfetta compatibilità con la parte. Il trasporto ansiogeno,
estremizzato, fino alla consumazione fisica non si addice al bellissimo
(e perfetto) volto etereo della Chastain, ed evidentemente siamo anni
luce da un'interpretazione ben più realistica come può essere ad esempio
quella della collega Claire Danes nel serial Homeland.
Dove
invece il film fa centro è nella messa in mostra senza censure né
riserve di quello che accadde, anche quando al mondo si negava che
accadesse.
La Bigelow, assistita dal suo consueto spirito ribelle, non si tira certo indietro e dà una rappresentazione tout court
dei modi del suo paese. E lo fa sia attraverso l'inconfutabile ed
"autoesplicativa" violenza delle immagini sia nella messa alla berlina
del sistema di pensiero imposto dall'alto, un sistema che al di là della
facciata ipocrita mostrata nel succedersi di un'Amministrazione
all'altra, si mantiene lo stesso.
La regista Californiana,
piuttosto affezionata al cinema di guerra, può quindi cogliere al balzo
l'occasione di raccontare ancora una volta una storia incredibile, e a
tal punto è appetibile la storia della cattura dell'uomo più ricercato
al mondo che l'originaria sceneggiatura, pronta per un altro film, venne
totalmente riscritta basandosi comunque sulla documentazione raccolta.
Nuovamente
in collaborazione con Mark Boal, che scrisse dunque la sceneggiatura
(oltre a co-produrlo) di una vicenda dall'epilogo noto ma dai passaggi
intermedi oscuri, secretati. La soddisfazione di una vera outsider
come la Bigelow nel far emergere dettagli succulenti dell'operazione
traspaiono da una pellicola in cui davvero non c'è un attimo di tregua.
Al
veloce incedere degli eventi, al senso di pressione che pervade
l'avvicinarsi dell'ultimo, liberatorio tratto cui con abnegazione la
Bigelow ci prepara, miscelando con mestiere riflessione e tensione,
fanno da sfondo immagini esemplificative di una continuazione tematica
del suo cinema.
Se in The Hurt Locker
l'esaurimento era una condizione silenziosa dovuta all'imprevedibile
letalità della guerra vissuta sul campo di battaglia, qui è sintomo
fisico e nevrotico di un'angoscia più profonda e radicata, perché
coscienza collettiva, perché simbolo traslato di un'invisibile
sospensione "Damocliana".
Arricchito di un Golden Globe e di 5
nominations, questo film si mostra dunque piacevolmente duro e crudo.
Non c'è l'interesse morboso a stupire o a shockare, quello che ci viene
mostrato è successo davvero.
Nel compulsivo bisogno di vedere e di
(far) sapere però, la Bigelow si (e ci) ricorda che la ferita è ancora
in via di rimarginazione: non ci viene risparmiato nemmeno il più
truculento o umiliante dei dettagli delle torture, né la brutalità dei
sanguinosi attentati e nemmeno l'omicidio a sangue freddo di donne
inermi piante dai propri figli.
Ma non c'è un solo istante in cui l'irrequieta macchina da presa inquadri il volto dell'uomo da cui tutto ciò ha avuto origine.
Rimane
invece spazio e tempo per le lacrime. Un momento perfetto: una
liberazione tanto attesa o la prima crepa consapevole nel proprio,
confortante, sistema di certezze?
Entrambe, probabilmente.
Scena scelta
62 - Lincoln (febbraio 2013)

Anno
1865, mentre la sanguinosa guerra civile Americana sta volgendo al
termine, assistiamo agli ultimi mesi della vita e dell'opera politica di
Abraham Lincoln, determinante per la ratificazione del noto Tredicesimo
Emendamento della Costituzione che abolì definitivamente la schiavitù
in ogni sua forma all'interno della nazione.
Spielberg ci proietta in una full immersion
di notevole impatto in quello che è il dettaglio storico di quegli
ultimi mesi, dalle innumerevoli difficoltà incontrate nel superare la
resistenza nei confronti del varo di quel provvedimento epocale fino al
suo assassinio, a guerra ormai conclusa.
La complessità
del quadro di allora, dato dal malcontento per le numerose vittime del
prolungato conflitto interno, dal surriscaldamento degli animi in un
Congresso che rappresentava un Paese quanto mai diviso e dalla
molteplicità degli interessi in gioco nella questione, è restituita
attraverso una sceneggiatura estremamente articolata e "cavillosa".
Si
intuisce come l'opulenza degli avvenimenti finisca per sopraffare
almeno un po' anche un grandissimo autore come Steven Spielberg che
viene letteralmente rapito dalla storia che si affastella davanti ai
suoi occhi al punto di non rendersi perfettamente conto del fatto che il
suo film, pur tecnicamente eccelso come spesso gli capita, avrebbe
forse bisogno di due cose: una maggior chiarezza nell'esposizione e più
respiro.
E' evidente come questo sia un film che per sua
peculiarità non può fare a meno di un certo tipo di formazione, di uno
sguardo attivo e consapevole. Peraltro lo sforzo nel donare dignità ad
un contesto controverso di cui comunque non si nasconde nulla, denota un
indirizzamento abbastanza preciso verso quel sentimento patriottico a
stelle e strisce che è ragione tra le ragioni delle simpatie
dell'Academy per questo film; il tutto senza sminuire il lavoro di
Spielberg che è dei suoi, nonostante l'argomento sensibile, uno di
quelli più storicamente attenti, precisi, e scevri di quella retorica
che ha contrassegnato parte della sua cinematografia.
Il Lincoln
di Spielberg è umano, sanguina proprio come noi e allo stesso tempo
gode di un'elevazione elegiaca che è la stessa dimensione storica ad
avergli giustamente conferito.
La regia se la cava egregiamente in
questo livellamento. L'amore devoto che il popolo riconosce in questo
suo leader, la grande fiducia riposta nella sua saggezza non oscurano le
avversità per l'audacia dei suoi pensieri; le sottolineature sul suo
esemplare senso dell'etica non rimuovono (ma anzi le ampliano) quelle
sfaccettature della sua personalità che ci mostrano un uomo disposto a
(quasi) tutto nel perseguimento di una "matematica" fede nella giustizia.
Se
da una prospettiva ne viene esaltato l'ardire, che trova il colmo nella
posposizione della fine dei trattati con i confederati rispetto alla
priorità del problema razziale, dall'altra viene sempre ricordato come
il modo d'agire appartenga pur sempre a quello di uomo (politico per di
più), che può agire per sotterfugi e cavalcare le stesse debolezze di un
sistema difettivo: la "compravendita" del voto dei c.d. Lame ducks,
la raccomandazione insincera (anche se tecnicamente veritiera) fatta al
Congresso dell'inesistenza di inviati Confederati a Washington; lo
sfruttamento da parte di Lincoln della sua esperienza di avvocato. Un
uomo "del mondo".
Se poi c'è l'affetto del popolo o il successo
del suo lavoro, per contro c'è da pagare il prezzo del sacrificio che
sopporta non solo dal punto di vista personale, ma anche familiare (gli
scontri con la moglie, le difficoltà con i figli).
Ma l'iconografia del Lincoln di Spielberg è ottimamente raffigurata anche nella sua ordinarietà. Pur senza volersi riferire al personaggio sotto forma di biopic
(di fatto il film ne affronta solo un periodo significativo e peraltro
lo allarga agganciandolo alla storiografia americana) ne esce un
ritratto commoventemente autentico, il cui spessore drammatico è
incarnato dalle fatiche di un Daniel Day Lewis ancora una volta sublime
(e favoritissimo per l'Oscar): il suo Lincoln possiede la serafica ponderatezza, lo spirito dello humour, la passione per gli aneddoti dell'originale.
Incommensurabile
avvaloramento, la sua prestazione, che si unisce ad una parificazione
estetica impressionante (sembra quasi riportato in vita).
Ancora
una volta tecnicamente ineccepibile (su tutti la fotografia di Kaminski e
le musiche di John Williams, storici collaboratori di Spielberg), come
le sue 12 nominations in parte spiegano, è ad oggi il grandissimo
favorito all'Oscar 2013. Anche perché sicuramente fra tutti è il più
completo. Come detto non solo è ottimamente realizzato, ma può vantare
una sceneggiatura notevole (adattata dal romanzo Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln
di Doris Kearns Goodwin), un mix di attori spettacolare, fra cui
andrebbero ricordati quantomeno l'integerrimo Tommy Lee Jones e David
Strathairn, fra gli altri; e la regia di Spielberg che è sempre una
garanzia.
Il film più compiuto fra quelli in lizza: tecnicamente
ben fatto ma anche appassionante. Decisamente cervellotico, ma non
freddo, o privo di emozioni.
Tuttavia, resta per così dire, l'idea di
un film "privato", non soltanto nel rapporto personale che
indissolubilmente lega il suo protagonista allo spettatore su cui si
gioca gran parte della scommessa dell'autore, ma soprattutto
nell'unidirezionalità tematica e contenutistica di quella che è per gran
parte cronaca e mito Americano.
Se la razionalità impone di
pensare alle conseguenze delle proprie azioni (l'uguaglianza porta al
diritto di voto e quindi all'integrazione sociale), esiste però un
momento preciso in cui l'urgenza morale deve superare qualunque remora e
Spielberg fa nient'altro che questo: va dritto al cuore della
questione, dove è impaziente di giungere, senza, per una volta,
preoccuparsi però di portarci per mano anche lo spettatore.
Scena scelta
61 - Silver linings playbook - Il lato positivo (febbraio 2013)

Dopo
otto lunghi mesi passati in un istituto psichiatrico Pat, ex supplente
di storia, torna a casa. La sua vita ha preso una brutta svolta in
seguito ad un'aggressione ai danni dell'amante della moglie per la quale
ha rimediato un'ordinanza restrittiva e la diagnosi di un disturbo
bipolare.
Con tutta la strada da rifare e la riconquista della
moglie come pensiero fisso, incontra però Tiffany, giovane vedova.
L'intesa è praticamente istantanea, tanto è il dolore e la tendenza
all'eccesso che condividono.
Tiffany smuove, unica, in Pat un
effettivo interesse quando gli promette di avvicinare la moglie per
consegnargli una sua lettera in cambio del suo aiuto per un concorso di
ballo.
Sono proprio l'insistenza, la brutale schiettezza e
l'esperienza in prima persona della ragazza a determinare in Pat una
nuova nascita, un riavvicinamento alla vita.
Mentre chi gli sta
intorno lo invita a calmarsi, ad ingozzarsi di medicine, a sedersi per
vedere una partita di football, cioè all'immobilismo, Tiffany lo
affronta apertamente e nel risultato dirompente della follia con cui si
trovano ad avere a che fare germogliano i semi di un'affinità elettiva
che inevitabilmente volge ad un certo epilogo.
Trasposto dal romanzo di Matthew Quick "L'orlo argenteo delle nuvole" in una sceneggiatura scritta dallo stesso regista David O. Russell (The Fighter), questo film si propone in sostanza come film drammatico con parentesi sentimentali piuttosto evidenti.
Se
il tema trainante della psicosi è affrontato con grande delicatezza ed
efficacia in tutte le sue sfaccettature, è anche vero che la
drammaticità dell'opera viene più volte messa alla prova, sfidata.
D'altra parte lo stesso titolo vuole individuare in un'espressione idiomatica ("silver lining")
un aspetto confortante, la speranza; ed è su questo versante che
Russell opera silenziosamente, mentre mette sul tavolo alla più completa
rinfusa tutta una serie di elementi destabilizzanti come i suoi
protagonisti.
C'è il "collega" psicotico Danny, l'amica Tiffany,
lo psichiatra completamente senza senso, il padre stesso che soffre di
manie ossessivo-compulsive ed ha precedenti di episodi violenti.
L'occhio irrequieto di Russell si fa strada persino nelle nevrosi della
vita famigliare dell'amico Ronnie, all'apparenza perfetta; come a
volerci dimostrare che la follia altro non è che un filo sottile comune a
tutti i personaggi della "sua" Philadeplhia e, fuor di metafora, della
vita stessa.
E come la vita reale, niente è solo tragico o solo
divertente, ma talvolta capita che qualcosa abbia entrambe le
connotazioni in sé.
Ed è questo, per certi versi l'autentico lato positivo.
Qualunque sia l'intoppo, la vita prosegue, e nella sua affidabile imprevedibilità (aka follia)
può metterti di fronte al paradosso più grande, ovvero quello che ti
apre gli occhi e rimuove l'ostacolo contro cui era inevitabile
continuare a scontrarsi.
E nella vastità di tutto questo è così
l'amore, il sentimento irrazionale per eccellenza, ad incarnare questo
paradosso e ad un tempo lo spiraglio oltre il quale guardare con
rinnovata fiducia.
La follia esiste sotto innumerevoli forme,
assicuriamoci di riconoscere quelle positive, è in sintesi il concetto. E
nel frattempo, le "domeniche" continueranno a susseguirsi e ad essere
dove sono sempre state, come i (bei) ricordi.
Una sceneggiatura
adattata più che ben scritta (nominata all'Oscar) pervasa da un'irrefrenabile ironia. I suoi
personaggi sono fortemente accentati di eccentricità, rilevano ed
incuriosiscono.
Con il film che inizia, si ha quasi la sensazione di
conoscerli già, e con un background così delineato, il passo successivo
di Russell è quello di ragionare su piani sovrapposti (si passa
dall'aggressione quasi omicida, alla malattia mentale, fino all'idillio
sentimentale passando per lo spaccato di vita familiare trattato in
pieno stile dramatic comedy) e di ingenerare nello spettatore un
senso di urgenza sintetizzato alla perfezione nei dialoghi e nella
recitazione, entrambi forsennati.
Con una Jennifer Lawrence, elemento di spicco fra le ultime leve, che dai tempi del già ottimo esordio di Winter's Bone
sembra migliorare di film in film; un Bradley Cooper che dopo una serie
di commedie più o meno considerabili (si narra sia stato scelto
direttamente dal regista, quando la parte originariamente avrebbe dovuto
essere di Mark Wahlberg) è una delle sorprese molto gradite di questo
film; come non bastasse, Robert De Niro e Jacki Weaver. Come a voler
esagerare.
Ben quattro le nominations per la sola recitazione,
oltre a quelli più importanti. Un ottimo viatico in ottica Oscar,
soprattutto con la seria possibilità di una conferma per J. Lawrence,
anche da parte dell'Academy, per il ruolo che già le è valso il Golden
Globe.
Per un film che merita attenzione, perché rappresenta
quell'ideale mix fra scrittura e recitazione di cui sempre più spesso si
pensa di poter fare a meno. E questo film non solo ne esce avvalorato,
ma ha bisogno di preservare questi sottili equilibri, e la regia di Russell non tradisce.
E
anche se alla fine ci si perde un po' per strada, resta comunque l'idea
allettante dei propri riferimenti. Che non scompariranno mai.
Scena scelta