martedì 23 settembre 2014

Snowpiercer


78 - Snowpiercer (settembre 2014)




Il nuovo viaggio mentale di Bong Joon-ho ha inizio su un treno, diciassette anni dopo la glaciazione che ha colpito e decimato la Terra. Ciò che ne rimane è racchiuso fra i suoi vagoni, con un'umanità evidentemente distinta in classi sociali ma allo stesso tempo connessa dal bisogno di unitarietà per continuare a sopravvivere.

Lo spunto del regista Coreano, che altro non è che una metafora capace di offrire una nuova e fresca angolazione su un tema antropologicamente interessante, è talmente pregno di intrigo, di prospettive e di scenari su cui far girare l'immaginazione che riesce molto difficile non venirne catturati sin dalle sue, concitatissime, battute iniziali.

Come va di moda ultimamente nel genere fantascientifico-distopico (vedi Hunger Games) si parla di una rivolta, di disuguaglianze economico-sociali e si legge il tutto con la provocazione di una condanna allo status quo in cui il potere cessa di essere malefico o intimidatorio; riesce ad essere inquietante per contrasto e stravaganza, non si nasconde ma anzi si mostra apertamente, evidenzia nei suoi ruoli iconici una tratteggiatura al limite del caricaturale.

Le classi più povere, che devono fare i conti ogni giorno con la morte, ne conoscono la drammaticità e ne sono portatrici; quelle più agiate hanno accesso ad un maggior numero di informazioni ma sono calcolatrici e avide in un senso farsesco, compiaciuto.

Bong Joon-ho prende a prestito molto dal genio surreale di chi l'ha preceduto (ad esempio Gilliam), ma nella sua riverenza si permette di lanciare un messaggio che rischia di essere molto più rivoluzionario di quello dei precedessori, sfiorando il capolavoro.
Il problema è che lo fa timbrando il suo lavoro di un effetto pulp che fa molto "commistione fra più modi diversi di vedere il cinema", calando sul film una catarsi che richiama il Revenge-Movie di grande inflazione nel cinema asiatico, che non convince del tutto.

La mescolanza di genere non rende un grande servizio al film, in parte perché qualunque tipo di analisi o di riflessione ne esce un po' ridimensionata, annacquata e in parte perché le performances volutamente sopra le righe (su tutte Tilda Swinton) dei suoi attori finiscono spesso per cadere nell'assurdo, ben oltre l'effetto grottesco desiderato.

Tanti gli elementi di continuità stilistica da parte di Bong Joon-ho, che però a differenza di un buon horror con poche pretese com'era stato The Host era chiamato ad un salto di qualità nella sua prima produzione non rigorosamente Coreana, con finalmente la possibilità di dirigere attori di grande livello internazionale. Qualcosa che non gli riesce fino in fondo.

Ed in effetti il film non è uno di quelli che sarà ricordato in eterno. Per i tempi che corrono è abbastanza divertente e solido, ma accusa colpi man mano che avanza e si perde un po' sotto la sua stessa pesantezza prima di portare ad un finale comunque riuscito.
L'azione, onnipresente, non solo è invadente ma neanche particolarmente brillante nella sua resa.
Bong Joon-ho, tecnicamente a suo agio in quelle scene, le dirige con personalità ed offre un quadro visivo di grande effetto, ma perde di vista troppo spesso la fluidità del racconto ed il suo significato per dirci qualcosa che già non sapevamo, sul tema o sul suo modo di fare cinema.

Rimane un prodotto di buon livello, ma senza particolari picchi o echi da tramandare ai posteri.


Scena scelta







lunedì 3 marzo 2014

American Hustle


77 - American Hustle (marzo 2014)




Irving Rosenfeld da piccolo truffatore occasionale si ritrova ben presto e suo malgrado in un'operazione dell'FBI di portata nazionale escogitata dall'agente Richie DiMaso che ben presto si rivela fuori controllo. La vera storia dell'operazione Abscam andata in scena negli anni '70 e che ripercorre la storia di quell'America.

Sulla storia non c'è molto altro da dire, se non che è tragicomicamente aderente ai fatti e che i personaggi con le loro bizzarrie ne estremizzano ulteriormente i caratteri. Gli intrecci si reggono infatti tutti sul loro aspetto fisico e sulla loro tratteggiatura psicologica, su cui il film preme molto aggiungendo una narrazione fuori campo che, assieme all'argomento del film, ammicca al noir (la femme fatale della Adams) proprio di quegli anni.

Lo stesso fanno costumi e scenografia, oltre che musiche, assolutamente all'altezza. La regia di Russell non è priva di alcuni buoni momenti ed è essenziale, asciutta nel dare voce al cast, di prim'ordine, che è l'unica vera cosa che risalta.
La bravura di Bale non conosce limiti, se la cavano benissimo anche A. Adams, J. Renner e B. Cooper, mentre l'asso nella manica è Jennifer Lawrence la cui importanza attoriale oltre che evidente non è né sorprendente né marginale.

Gli acuti recitativi, che fra l'altro annoverano un'incursione di R. De Niro, riescono a sopperire in parte ai ritmi tutt'altro che impressionanti, con una sceneggiatura a tratti molto poco convincente e le cui stravaganze sortiscono l'effetto di distogliere l'attenzione dello spettatore, rapendolo e portandolo in una dimensione né prettamente drammatica né precisamente comica.

L'impalcatura narrativa è molto vecchia e pesante, poco sopportabile nel suo complesso e non basta qualche battuta per farcelo dimenticare, anzi semmai lo rende più evidente. Anche l'introspezione funziona poco e sembra più un riempitivo che un'effettiva necessità.

La conclusione è che il successo pubblicitario di cui ha potuto godere sta quasi esclusivamente nei nomi dei protagonisti (incluso un David Russell che perde qualcosa rispetto a The Fighter e Il lato positivo) e nella grossa spinta mediatica, perché anche se c'è una storia curiosa che è simpatica da ascoltare, attori bravi (ma non eccelsi) e la fattura del film sia più che buona, questo rimane un film che non raggiunge né una originalità né una profondità né un intrattenimento né una suspence tale da definirlo importante; cioè, un film di cui si poteva tranquillamente fare a meno.


Scena scelta










domenica 2 marzo 2014

12 anni schiavo


76 - 12 anni schiavo (marzo 2014)




McQueen sceglie l'odissea di Solomon Northup, basato sull'omonima biografia, per affrontare da regista di colore britannico qual è il tema dello schiavismo americano.
Una storia essenzialmente straziante che vede il suo protagonista, da un giorno all'altro, essere svuotato di tutto ciò che ha e quindi di tutto ciò che è.

Con questo atto introduttivo, McQueen inizia quindi la sua opera di messa a nudo (non solo dal punto di vista fisico): il suo film è inevitabilmente legato all'esperienza del dolore come lo sono stati prima Hunger e poi Shame; anche qui c'è tutta una esteriorizzazione della sofferenza che non è solo quella apertamente ostentata nella violenza delle torture e nelle punizioni corporali, ma che si trova anche fra esilii e lontananze, nelle lettere scritte e poi bruciate, nell'incapacità di trasmettere gioia ad un corpo che riconosce le note di un violino suonato.

In una cornice scenica ricreata ad arte dove è illustrata con dettaglio la condizione della schiavitù e dove si incastrano le vite che incontriamo lungo il cammino, la prospettiva che ci viene regalata è quella di un uomo ferocemente aggrappato alla propria umanità: un uomo che in 12 anni di segregazione è costretto a compiere atti disdicevoli per sopravvivere, ad ignorare i propri impulsi e sentimenti umani ma che cerca al contempo di non perderli del tutto.
È questa determinazione, racchiusa nella penosa compostezza del suo protagonista a parlare fra le righe di un film altrimenti amorfo.

Una prova non facile per Chiwetel Ejiofor che però si dimostra all'altezza di un cast che comprende Fassbender, Giamatti, P. Dano, B. Pitt e che dà all'insieme probabilmente la maggior ricchezza attoriale ed espressiva fra i film di punta di quest'anno.
Una recitazione notevole che ha il merito di oscillare fra bene e male senza ridurre il tutto ad una vuota rappresentazione manichea sul rapporto schiavo-padrone e senza soprattutto regalare sensazionalismo o retorica, prede facili nella trattazione di una realtà simile.

Anche la dicotomia bianco-nero non è gretta, superficiale nel suo corrispondere a male-bene; l'intento di McQueen sembra invece quello di cercare disperatamente, attraverso gli occhi del suo protagonista, proprio qualcuno che possa smentire questi stereotipi ed è a questo prezzo, a questo rischio implicito, che il regista vincola la difesa della propria dignità, la conservazione del proprio spirito.
Lavorando con la cinepresa, McQueen offre una vastità di cenni ai rituali, alla ripetizione (come in quell'atroce piano sequenza dell'impiccagione), in parte per trasmettere l'idea claustrofobica di un tempo che sembra non passare mai - la resa qui non è perfetta ed è fra i difetti del film - e in parte determinando una sorta di scissione fra materia e anima perorando in un certo senso l'ipotesi che la seconda possa sfuggire o anche sentirsi fortificata nell'afflizione inferta a ciò che la contiene solo se adeguatamente nutrita con la negazione della sottomissione.


In tutto ciò, a spiccare sono sicuramente le scene più brutali e truci, ma il film non se la cava con facili scorciatoie o morali. Tentare di rimuovere le falsità senza venire a compromessi e promuovendo allo stesso tempo qualcosa di diverso per raccontare di un lirismo simbolico disseminato ovunque è qualcosa che fa di questo film un film a suo modo audace, originale: impara la lezione dai suoi predecessori ma ci aggiunge un'angolazione fresca, personale e rimuove le censure così da compenetrare lo spettatore e renderlo partecipe di qualcosa che non si ferma ad una nuda narrazione schematica, ma che vuole lasciare il marchio indelebile in ciò che racconta.

Fra tutto quello che funziona in questo senso, da ricordare anche il ritratto offerto dalla performance di Lupita Nyong'o, che nella sua capacità di incrinare e agitare le coscienze, ha un'influenza importante su quello che per estensione ed intensità non può che essere un soverchiante sentimento di sopraffazione difficile da digerire che il film è molto attento a non sminuire e che porta con sé fino all'ultimo respiro, ansimante, del suo protagonista.

Scena scelta










sabato 1 marzo 2014

Dallas Buyers Club


75 - Dallas Buyers Club (marzo 2014)




Quando per una serie di cause fortuite Ron Woodroof riceve la notizia di avere contratto l'HIV, assieme ai suoi occhi si apre anche il sipario su una malattia, l'AIDS, che funge da soggetto di una vicenda personale a tinte fortemente drammatiche ma che è anche oggetto di indagine sociale, rivelatrice di un sostrato di omertà, collusione e sofferenza seppellito sotto alla normalità del pregiudizio.

Lo sfondo sociale, molto più che accennato, non è casuale: siamo nel Texas dalle idee conservatrici ed omofobe degli anni '80, dove la dimostrazione virile (evidente sin dalla prima scena) e mentalmente ristretta, nel suo semplicismo dogmatico con cui ricollega la malattia all'omosessualità (evidente nel riferimento a Rock Hudson), determina i tratti di un uomo che è figlio di un ambiente che è anche quello che lo scarica non appena viene a conoscenza della sua condizione.

McConaughey incarna, in una performance che gli è valsa il plauso della critica, questa figura prima machista e poi tollerante, perché forzato alla tolleranza prima di tutto verso di sé e perché la malattia rappresenta il momento fondamentale in cui ogni atto di ignoranza deve essere messo da parte.

Nell'evoluzione che l'attore sopporta sulle sue spalle, assieme al resto del corpo ridotte a poca roba dopo gli oltre 20 kg persi per la parte, c'è un percorso di comprensione del dolore e soprattutto delle logiche con cui si viene ad avere a che fare con esso che è un colossale atto di denuncia delle più minacciose pratiche di inciviltà e di ingiustizia sociale.

Da una parte, lo sbugiardamento del cliché trogloditico nei confronti di un tema evidentemente considerato con superficialità e dall'altra il parziale inseguimento di quello stesso ideale giustizialista già visto nell'Andrew Beckett di Tom Hanks in Philadelphia salvo che questa volta il bersaglio contro cui puntare il dito è quello delle case farmaceutiche e dell'FDA, oltre che più in generale del sistema assistenziale-ospedaliero americano, nell'attacco feroce del film, più orientato all'interesse privato che al benessere dei suoi malati.

Nasce così il Dallas Buyers Club, come tentativo di affermare il principio della lotta sociale, di una causa comune portata avanti con l'impronta di una disperazione legata al tempo che fugge che è fotografata nei corpi scarni e trasformati dei due protagonisti (dove anche il trucco lascia il segno).

È un film di attori, in cui l'aspetto che più risalta è proprio la recitazione, e che vuole sollevare questioni, riaprire ferite e continuare una battaglia che ha vissuto momenti peggiori di questo, ma che non è finita.
McConaughey e Leto si completano, si attraggono e si repellono allo stesso tempo, compiono qualcosa di artisticamente meritorio e specialmente il primo è una grande sorpresa. Il regista tende a non intromettersi nel loro stato di grazia ed evita il più possibile di togliere la cinepresa dalla faccia del suo protagonista, al punto che lo spazio ritagliato al supporting cast è così marginale che solo la recitazione qua e là impressionante di Leto riesce a farci dimenticare quale one-man show sia in realtà questo dramma (il che però allo stesso tempo la dice lunga sulla sua bravura).

La storia ritratta è, ancora una volta, infallibile nella sua raffigurazione, per quanto nei ritmi non sempre eccelsa e condizionata da quel genere di performance che riescono poche volte nella vita di un attore.
Un film comunque che pur distinguendosi non è eccezionale, che si tinge di verità nella sua denuncia ed entra nella sfera di un civil right movie con più prospettiva ancora.

Uno sguardo furioso e insieme pietoso raccolti in un'esperienza che ha molto di corporeo, di umano, di vero, di aderente ma a cui l'interpretazione caparbia, orgogliosa e trionfante di McConaughey regala una nuova dimensione; e al film una lontana grandezza.


Scena scelta










venerdì 28 febbraio 2014

Philomena


74 - Philomena (febbraio 2014)




Il dramma di Philomena Lee, rinchiusa in un convento Irlandese in giovane età a seguito del concepimento del figlio, portatole via con la forza, che da allora tenta affannosamente di ritrovare. Parallelamente, un giornalista appena colpito dal fuoco incrociato della politica perde il suo lavoro e trova, in Philomena, precisamente la storia che stava cercando per scriverne un libro.

Ci viene presentato un terribile sopruso che abbraccia un arco temporale di 50 anni, da una poco più che bambina ad una ormai anziana e tormentata donna che ha vissuto sulla sua pelle un'espiazione imposta per un peccato che in realtà ha compreso, accettato, sebbene sofferto, perché è parte della sua natura semplice, arrendevole, incontaminata.

Frears, da ottimo e navigato regista qual è, è pienamente consapevole del cast che ha a disposizione: la chimica fra un'amabile Judi Dench ed un caustico Steve Coogan è talmente forte da riempirne di colore i personaggi e, quindi, la storia intera.
Fra i due scatta una sorta di botta e risposta continuo che trae ispirazione dalle marcatissime differenze, sul piano sociale e filosofico pianeti lontani, ed alimenta quella sottile ironia molto british che scava nel terreno compatto di ricordi difficili da rimuovere; altri in attesa di ricevere una casa in cui abitare, un significato.

C'è una storia che è effettivamente trasportante (e a tratti veramente inquietante) ma c'è soprattutto lo scontro verbale, filosofico, ideologico fra due stati d'animo, due modi di convivere con se stessi, due sensi d'appartenenza diversi; e questo contraltare magnifico completa un film lucente, toccante, senza sembrare mai ipocrita, in cui la Philomena di Judi Dench riesce a far parlare più gli occhi della voce, non prende lezioni che non restituisca puntualmente svuotate di cattiveria (parola che aborrisce), conferisce ad un'immagine chiusa, isolata e segnata dal dolore in una mente avulsa da un certo tipo di mondo che non ha mai conosciuto tutta una serie di gradazioni che rendono il personaggio memorabile, ed ogni esitazione, ogni ostinazione sanata da una sensibilità che ha imparato a modellare sul tempo strappatole via dalle mani.

Oltre a questo, c'è anche la contrapposizione inevitabile fra chi vive e chi ha vissuto, come se una specie di flashback molto veloce rapisse e smarrisse gli anni; come se si avvertisse candidamente l'esigenza materiale di dare un valore al tempo, e non necessariamente tramite le risposte sulla carta rilegata di un libro.

La regia di Frears è minuziosa, graffiante e paternale insieme. Affida a Coogan (che è anche co-sceneggiatore assieme a Pope di una storia vera ed ispirata a The Lost Child of Philomena Lee di Martin Sixsmith) il ruolo provocatorio (e divertente) ma ordinato di chi tenta di accendere una luce fra le ombre proiettate con somma eleganza dalla Dench.

Potrebbe facilmente perdersi nella polemica, invece si raccoglie e trova in un ultimo barlume di finezza la sua ultima parola. Che è anche quella che resta nell'aria, mentre scorrono i titoli di coda.


Scena scelta










The wolf of Wall Street


73 - The wolf of Wall Street (febbraio 2014)




Jordan Belfort è un tipo che, resistendo alla sua provenienza dalla middle-class americana degli anni '80, alla sua prima esperienza da broker ai piani alti di Wall Street conclusasi in fretta con il crollo della borsa e all'insopportabile idea di essere solo una persona come tante altre nella folla, si fa largo e diventa esattamente la persona che ha sempre voluto essere.

Lui è un venditore "nel paese dove tutto è in vendita", dove la facciata conta più della sostanza, il ricco più del povero, l'ottimismo più della mediocrità; dove gli si offre il fianco, completamente fertile, di un'industria capitalista che avanza a gran passo e in cui trova una commisurazione della propria sfrenata ambizione, della propria capacità di vivere al limite.

Si trova nel posto giusto, al momento giusto. L'eccitazione, l'irriverenza, la voglia di prendersi tutto e subito non fanno che accompagnarsi ad uno stile di vita che è lì bello pronto, che sia lui o qualcun altro a raccoglierne l'eredità.

In questa vanagloriosa e spasmodica corsa beffarda, provocatoria e sempre destinata all'eccesso che ha come epicentro il dollaro (che è quello che trasforma la considerazione di sé ed è quello che può comprare anche un "no" come risposta) e che tocca inevitabilmente per vie traverse tutto ciò che esso corrompe, trova sedimento l'ascesa di Jordan Belfort, il quale non è poi altro - così come tutte le persone più care di cui si circonda - che un attore che sa recitare meglio di altri in un paese scarno, dalla morale decadente e la scala di valori distorta. Dove esiste un prezzo anche per l'umiliazione.

Regna il fasto, l'autocelebrazione, siamo in presenza di un viluppo di futilità convertito sul piano scenico in un'orgia di denaro, sesso, potere, magnificenza. Dove le droghe ingrossano le arterie di un corpo costretto a seguire ritmi e logiche, regole e misure assurde di un mondo assurdo, dove il teatro di ostentazione in cui i personaggi si muovono ha sempre un pubblico davanti a cui esibirsi. E con orgoglio (come la citazione a "Freaks" insinua fra le righe).

Il nuovo Scorsese è estremamente divertente, denso, dai ritmi impazziti, muove la sua camera all'unisono con il suo protagonista: non si sta letteralmente dietro ad un Di Caprio tirato a lucido che regala un'altra interpretazione da sogno, il quale ci guida lungo l'arco di una narrazione sicuramente intensa (per una sceneggiatura, mastodontica, dello stesso Terence Winter di Boardwalk Empire e Sopranos) anche se non impeccabile per ridondanza e che finisce un po' per strafare nel sottolineare il concetto, che costruisce e distrugge allo stesso tempo.

Tutto è vacuo, aleatorio; il film, a tratti anche sgraziato, è il primo a non prendersi sul serio (non a caso nel cast troviamo Jonah Hill - anche se perfetto - Rob Reiner, Jon Favreau, Ethan Suplee, cioè gente che viene dalla commedia) e a premere sul parossismo e sull'esagerazione continua, ma sta qui tutta la forza del suo film: è tutto così lontano dall'essere irreale! La risata, anche se decontestualizzata, anche se sempre conseguenza di un controllo incerto, è risonanza di un disturbo sul quale non si può che essere calcolatamente compiacenti per smascherarne l'ipocrisia.

È nell'iperbole che Scorsese individua il mezzo per giungere al punto di non ritorno, quel particolare punto in cui si capisce che una Ferrari spinta a tutta velocità prima o poi deve fermarsi e fare i conti con la scia di cadaveri che ha lasciato per strada; la morale è dietro l'angolo e per quanto fastidiosa è nettamente anticipata dalla catastrofe.


Sorretto da un cast invidiabile e come detto da un Di Caprio che alza il valore del film all'n-esima potenza ma la cui elettrizzante prova è sostenuta anche da un montaggio molto di mestiere e da una regia che al solito non ha nulla che non funzioni, da parte di Scorsese, questo è un film sicuramente più pop e apparentemente più "di pancia" rispetto ai suoi recenti. Apparentemente perché non è privo di critica e riflessione, ma è anche vero che, pur ricordando in piccola parte i suoi capolavori come "Goodfellas" o "After hours" e pur mantenendo un vigore nel racconto degno del miglior Scorsese, manca di una benché minima pretesa.

Ma il film è esilarante, esplode fra le mani di un pubblico probabilmente abituato ad altro con questo autore, disorientato nel ritrovarsi davanti una grande, maestosa, commedia dove si celebrano due funerali: quello della vita (vera) ai vertici di Jordan Belfort e dell'America in cui viveva e vive. E in entrambi i casi, udite udite: c'è da farsela sotto dalle risate.

Scena scelta










giovedì 27 febbraio 2014

Captain Phillips


72 - Captain Phillips (febbraio 2014)




La storia vera della Maersk Alabama, capitanata da Richard Phillips, che nell'aprile del 2009 fu presa d'assalto e dirottata ad opera di pirati Somali al largo del corno d'Africa, a sua volta trasposta sul grande schermo da Paul Greengrass e sceneggiata sulla base dell'autobiografia dello stesso Phillips "Il dovere di un capitano".

È la messa in scena degli eventi, con l'eroe Phillips (Tom Hanks) che spicca, per coraggio, astuzia e grande senso di responsabilità per la protezione del proprio equipaggio sulle feroci e disperate umanità dei suoi rapitori, con l'oceano a fare da sfondo a quello che è, in buona sostanza, la narrazione di un salvataggio.

Greengrass si prende qualche momento per fare il punto della situazione, tenta quantomeno - in modo impacciato - di contemplare i punti di vista in gioco, e poi preme a tavoletta sull'acceleratore per più di un'ora e mezza con un'intensità e ritmi mai visti che hanno il compito di far impennare la suspence. Con buon successo. Peccato solo perda di vista l'occasione di dare un significato all'insieme.

Si tratta infatti di un buon film d'intrattenimento (e assolutamente niente di più) che non si può dire fallisca nel suo intento primario; riesce ad imporsi subito con grande enfasi, frenesia, con il tempo che sembra volare mentre la situazione si evolve.
La regia è concitata, la fotografia efficace. L'alta tensione è portata in dote dall'elettricità dei suoi personaggi, ma è innegabilmente ben reso il contrasto psicologico fra l'agitazione e l'inquietudine degli uni e la calma ordinata dell'altro, maschera portata su di un volto probabilmente terrorizzato.


Però è un film che solleva tante riserve sulla sostanza: c'è il virtuosismo tecnico fine a se stesso, c'è l'interpretazione sopra le righe stampata a lettere cubitali nel melodramma dell'eroe che non perde mai la sua integrità, c'è in addizione il solito bagaglio di retorica che davvero non può mai mancare in storie come questa, la descrizione bidimensionale dei personaggi, lo sfoggio virile del grande arsenale militare americano a suggello della rassicurante opera di celebrazione di potere Americano.
E c'è il ritorno a casa.

Sarebbe ingeneroso accusare il film di essere un'Americanata nel senso più acre del termine. Ma si può senz'altro azzardare che se negli oltre 120 minuti di adrenalina di film, condensati in modo tale da portare allo sfinimento nervoso lo spettatore, anch'esso partecipe delle disavventure del suo paladino, il film avesse in qualche modo ottenuto di dedicare più di tre o quattro battute e qualche sottigliezza all'approfondimento della questione e alle condizioni inumane del popolo Somalo, alle vere motivazioni delle azioni dei pirati, comprese le implicazioni e le ripercussioni sul piano socio-economico legate alla guerra civile degli anni '90, allora avrebbe probabilmente restituito un film più sincero, più attento, e permesso al suo pubblico di prendere una posizione più consapevole e approfondita su un tema che, sicuramente, non merita di essere trattato con superficialità.

Non che del resto il film voglia essere smaccatamente patriottico (solo quel tanto che basta per alleviare i sensi di colpa nel guardarsi allo specchio) però sicuramente si fa prendere la mano e porta a casa un risultato tutto sommato fra i più prevedibili della storia del cinema, spingendo sul sano ottimismo americano che ce la fa sempre, e con un Tom Hanks che, sì, prova ad uscire dai ranghi del suo classico canovaccio ma che non convince mai del tutto, probabilmente perché la parte del bravo cittadino americano gli è cucita addosso alla perfezione.

Senza badare al contesto e a tutto quello che può dar fastidio accendendo il cervello, invece, buonissimo thriller (nel suo genere).


Scena scelta










mercoledì 26 febbraio 2014

Her


71 - Her (febbraio 2014)




Theodore vive un complicato rapporto con se stesso. Ipersensibile e solo, dopo la rottura e la prospettiva dell'imminente divorzio dalla moglie Catherine, consuma le sue giornate a scrivere lettere in cui manifesta i propri sentimenti per conto di altre persone che non hanno tempo né le sue capacità.

Il rimestio nostalgico dei ricordi, combinato alle difficoltà di adattarsi alle leggi di un mondo che sarà pure tecnologicamente avanzato ma resta fondamentalmente la stessa giungla che conosciamo, ci introducono alla visione di Jonze, che parte dalla promessa di una frontiera tecnologica in cui sia possibile interagire con un'intelligenza artificiale avanzata, in grado non solo di replicare un'intelligenza umana ma di sviluppare una propria coscienza, per affrontare l'irrisolto rapporto uomo-macchina, in chiave romantico-sentimentale.

Ma c'è molto di più, in realtà: nell'accettazione generale con cui questo ipotetico futuro recepisce a tutti i livelli le dinamiche e le interazioni fra uomo e realtà virtuale e pur nello scetticismo tutto sommato moderatissimo che fa da sfondo ai legami fra uomini e 'OS', si studia attentamente l'idea che l'interdipendenza fra di essi non sia altro che il preludio ad una accresciuta coscienza di sé, la quale porta quasi inevitabilmente però conseguenze diverse per le due entità, in progressivo allontanamento.

Così, l'A.I. non essendo vincolata ad un contenitore fatto di carne e ossa e quindi dispensata dalla minaccia del tempo che scorre, può travalicare le pieghe del tempo e dello spazio stesso; ciò che all'uomo non è concesso, ed oltre a questo, si percepisce chiaramente il timbro con cui Jonze nella sua sceneggiatura memorabile, cervellotica ed emotiva allo stesso tempo, ci chiede di ricordare per l'ennesima volta come l'uomo si approcci a qualcosa di potenzialmente più profondo e sconosciuto quasi sempre per gioco, perché effettivamente spaventato, disorientato, oppure perché limitato da un tipo di evoluzione che gli ha insegnato qualcosa che ancora non riesce pienamente a comprendere; perché ragiona ancora in termini di distanze fisiche, rapporti di biunivocità, perché ancorato ad una dimensione corporea che ne mina l'esplorazione individuale.

Il film di Spike Jonze, che nasce dall'esigenza fisica di confrontarsi in modo cerebrale, molto attraverso la parola, ma comunque riuscendo a trattare tematiche tendenzialmente legate alla commedia sentimentale senza chiederci di spegnere il cervello (tutt'altro), cosa già di per sé notevole, vuole in fondo a sua volta spaziare ed esplorare con una lettura più ambiziosa, provocante e a tratti surreale un fenomeno cui la nostra odierna società sta tendendo, indagando sulle cause dell'immobilismo e sulla parabola dell'esistenza in senso esteso, e su come sia l'insoddisfazione a generare la ricerca di risposte piuttosto che il contrario.

Lo fa sempre con una delicatezza di fondo indescrivibile, ma non certo sottraendo allo stimolo della fantasia il rovescio della medaglia; il taglio fortemente melancolico che riveste l'intero lungometraggio vive e risente degli stessi stati d'animo e dei cambi d'umore del suo (suoi) protagonista (i) - un Joaquin Phoenix la cui sagoma è infallibile per questo genere di ruoli e la voce, carica di espressività, di Scarlett Johansson - e in questa sorta di montagna russa assillante trova piena evasione la pulsante vena lirica che riempie le profonde sfumature di grigio in cui perdersi sembra essere il solo modo possibile per riacquistare la prospettiva di sé e permetterle di crescere.

Opera matura di Jonze, risolutiva, dal linguaggio diretto, che non si risparmia l'amara ironia di una sofferenza annunciata, eppure vive di una grazia rara da trovare, e si contornia di tutta una serie di elementi d'atmosfera, a cominciare dalla meravigliosa colonna sonora firmata nientemeno che da Arcade Fire e Karen O (degli Yeah Yeah Yeahs), che rendono l'esperienza non solo esteticamente valida ed inebriante ma anche tremendamente pragmatica. E necessaria.


Scena scelta










martedì 25 febbraio 2014

Nebraska


70 - Nebraska (febbraio 2014)




Da quando ha scoperto di essere il vincitore di un fasullo premio milionario da ritirare a Lincoln, Nebraska, Woody Grant percorre tutti i giorni a piedi la distanza da casa sua, nel Montana che solo la bontà d'animo e di presenza del figlio David gli impedisce di compiere completamente. Finché quest'ultimo non capisce che il padre non ha nessuna intenzione di lasciar perdere e decide di mettersi in viaggio per accompagnarlo di persona.

Il vecchio (un monumentale Bruce Dern), alcolista, credulone, tendenzialmente intrattabile, in ostinata ricerca di qualcosa che la sua vita non sembra avergli spiegato con la massima chiarezza, e bonariamente incapace di badare a se stesso si scontra con il proprio ruolo, evidentemente ormai ingestibile, in un mondo - e più in particolare nel microcosmo della sua famiglia allargata - che lo considera niente più che una persona di cui prendersi gioco, su cui si può fare poco affidamento, se non addirittura da sfruttare.

Il pretesto della presunta vincita funziona dunque perfettamente nel far tornare conti che Payne aveva mirabilmente previsto sin dall'inizio, in questa sua ennesima chicca che si va ad inanellare in quella serie di dramatic comedy che sembrano portare il suo marchio di fabbrica dopo Sideways.

Ed in effetti il regista è talmente bravo a caricare ogni singola situazione e personaggio di intelligente ironia che acquistano tutt'altra luce quei ricordi sommessi, a singhiozzo, che si fanno strada nella strada (on-the-road come da copione) creando familiarità con un personaggio forse difficile da inquadrare ma sicuramente impossibile da detestare, tanta è la tenerezza che ispira e la comicità che trasuda da ogni espressione, ogni sguardo lanciato, ogni risposta secca.

Al cliché dell'anziano brontolone e bisbetico, Payne implementa dunque la sua visione della vita estendendo il proprio raggio d'azione qui anche ad un confronto fra generazioni (i due figli proprio come lui sembrano entrambi ben lungi dalla felicità nonostante il divario mentale e culturale che li separa) in cui proietta un raggio di speranza, come a voler immedesimarsi in quel David Grant e a sottoscrivere con coraggio la sua testimonianza a non fregarsene, come a volerci dire che le buone intenzioni sono rare, ma quando sono sincere compensano e superano tutto il resto perché capaci di segnare un momento e forse una vita.

Giocando su piani diversi, il tempo scorre più velocemente di quanto sia possibile controllarlo ed il solo modo di appropriarsene sembra essere lasciare qualche segno di sé lungo il percorso.
L'irrequietezza di Woody lo porta continuamente alla ricerca di qualcosa, che sia qualcosa di fisico come la dentiera persa fra le rotaie o che sia simbolico come la strada da percorrere verso un premio da ritirare ma se il punto per altri rimane la compagnia durante l'attesa, per lui nessuna discussione può realmente valere la fredda concretezza di qualcosa di utile ed è curioso come a tratti questo cinismo si amalgami bene alla leggerezza dell'insieme; una sensazione indefinita che aleggia sopra le teste di tutti i personaggi, riconvertendo la malizia in stupidità e l'impellenza dell'azione in ilarità.

Non c'è una singola voce che non contenga in sé un tratto comico, ma la cosa bella è scoprire che c'è un finale lì ad aspettarti che supera le migliori attese.

Piccola curiosità: il film oltre ad aver preso in considerazione Bryan Cranston per il ruolo principale, condivide con Breaking Bad l'attore Bob Odenkirk che proprio nella serie lo citava.


Scena scelta










Gravity


69 - Gravity (febbraio 2014)



Spazio. Un incidente con un satellite provoca una pioggia di detriti devastante per lo shuttle e per l'equipaggio di cui fa parte la dottoressa Ryan Stone, assieme all'astronauta Kowalski l'unica sopravvissuta all'impatto e privata di qualunque possibilità di comunicare con la base.

Il panico che fa da sfondo a questi primi minuti, esploso in un crescendo assolutamente micidiale dopo una breve carrellata di personaggi e situazioni cui ci introduce Cuarón - la classica quiete prima della tempesta, verrebbe da dire - è ottenuto con rara maestria dal regista messicano, in totale controllo della cinepresa, del suo cast, delle immagini.

Se c'è una cosa su tutte che avvalora questo suo lavoro è proprio la sua capacità di rapire con immediatezza l'attenzione di uno spettatore che non è tenuto ad approfondire background e psiche dei personaggi, ma che impara a conoscerli nel corso degli eventi, facendosi strada fra ciò che la cronaca del film gli presenta con urgenza e scegliendo di dosare e calibrare le informazioni in suo possesso solo dopo essere già stato messo nella condizione di non poterne e volerne fare a meno.

In altre parole, questo ottimo film prima ancora che nella buonissima recitazione della Bullock, "costretta" a tenere su baracca e burattini praticamente da sola, e nella sceneggiatura (nel complesso non eccezionale anche se sicuramente non facile da riempire e in questo è da apprezzare anche la scelta di non spingere troppo sulla durata) trova nello strapotere delle immagini il suo vero atto di forza; una prepotente e insieme affascinante dimostrazione di come trasformare l'immaginario umano, con esso comprendendo anche i sogni e gli incubi più terrificanti, in drammatica realtà, pur se scenica.

Quello di cui ci convincono i protagonisti - soprattutto la dottoressa dato che la macchietta di Kowalski, un personaggio molto americano cui Cuarón forse deve pagar dazio sembra uscire da un film di Emmerich con tanto di faretra di spacconate e di freddure antipanico al seguito - è di essere lì con loro, in quel momento, in quella vista assolutamente meravigliosa e agghiacciante allo stesso tempo, come il confronto fra uomo (piccolo) e ignoto, o universo (immenso) che si reitera anche qui ci tende a ricordare spesso.

C'è tutta una sorta di ansia, ingenerata sì dagli eventi ma, come l'ossigeno che sembra mancare ai suoi personaggi, necessaria al film per potersi avviluppare e distendere con proprio agio lungo un percorso che via via perde qualche colpo, ma ha il merito oggettivo di determinare un tale livello di coinvolgimento da non permettere facili distrazioni e anche nei passaggi intermedi non si notano quasi mai forzature tali da gridare al falso.

Ci sono, inevitabilmente, alcuni tratti che giocoforza rendono il personaggio "troppo" umano, come se si insistesse a premere un tasto per tentazione, per automatismo. Ma Cuarón non è bravissimo in questo, e anzi, su quest'aspetto calca decisamente la mano finendo con il lasciare tutto il film all'espressionismo della Bullock, ma riuscendo tutto sommato a trovare un'impronta personale e genuina, evidente oltre che in certe macchinazioni anche nel suo cedere al richiamo affettivo (come i riferimenti a 2001: Odissea nello spazio o a Méliès), che gli consentono di produrre qualcosa di tecnicamente mostruoso ma ad un tempo tutt'altro che gelido o distaccato.

Lascia invece senza parole nel far parlare apertamente l'eloquente fotografia di Luberzki (già noto per la collaborazione con Malick, un altro che di estetica delle immagini se ne intende) ed estrae dal cilindro uno dei migliori film di quest'anno.
Nonché uno dei maggiori thriller degli ultimi anni.

La lode non ci sta, ed i canoni non troppo classici non sembrano lanciarlo verso la statuetta dell'Academy, ma al grande giudizio complessivo toglie nulla.


Scena scelta